La crisi climatica non si manifesta soltanto attraverso l’aumento delle temperature o la crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi. Esiste una dimensione meno visibile, ma altrettanto rilevante, che riguarda il progressivo degrado del suolo e la perdita della capacità degli ecosistemi di svolgere funzioni fondamentali: trattenere acqua, immagazzinare carbonio, sostenere la biodiversità e garantire la produttività dei territori.

La desertificazione è spesso associata esclusivamente all’avanzamento dei deserti e alle aree più aride del pianeta. In realtà, il termine indica un processo più ampio di degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, determinato dall’interazione tra fattori climatici e attività umane. Rappresenta quindi uno dei punti di intersezione tra le grandi crisi ambientali del nostro tempo: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, scarsità d’acqua e trasformazione degli ecosistemi. Il degrado del territorio non è infatti un fenomeno isolato, ma il risultato di dinamiche ambientali e socioeconomiche che si rafforzano reciprocamente, aumentando la vulnerabilità dei territori e delle comunità.

Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), fino al 40% delle terre emerse risulta oggi degradato, con conseguenze dirette per circa 3,2 miliardi di persone. Allo stesso tempo, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) evidenzia come il cambiamento climatico stia aumentando la frequenza e l’intensità di siccità, ondate di calore ed eventi meteorologici estremi in molte regioni del mondo, aggravando ulteriormente la pressione sugli ecosistemi e sulle risorse naturali. È in questo contesto che si inserisce la prossima Conferenza delle Parti della Convenzione ONU per la lotta alla desertificazione (UNCCD COP17), in programma dal 17 al 28 agosto 2026 a Ulaanbaatar, in Mongolia. L’appuntamento rappresenta uno dei principali momenti della governance ambientale internazionale dedicati al contrasto del degrado del territorio, alla gestione sostenibile del suolo, alla lotta alla siccità e al rafforzamento della resilienza degli ecosistemi.

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La COP Desertificazione: una delle tre Convenzioni di Rio

La Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) nasce nel 1994, a seguito del Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, insieme alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e alla Convenzione sulla diversità biologica (CBD). Le tre Convenzioni di Rio condividono un’origine comune e una visione che oggi appare ancora più attuale: le grandi sfide ambientali non possono essere affrontate separatamente, perché clima, natura, acqua e territorio sono elementi profondamente interconnessi. La nascita di questi strumenti internazionali rappresentò già negli anni Novanta il riconoscimento della necessità di una governance ambientale integrata. Oggi, di fronte all’accelerazione della crisi climatica e al crescente stress sugli ecosistemi, questa impostazione assume un valore ancora maggiore. Sebbene meno conosciuta rispetto alle COP dedicate al clima e alla biodiversità, la COP dell’UNCCD rappresenta il principale foro internazionale dedicato alla lotta contro la desertificazione, al contrasto del degrado del suolo e alla gestione sostenibile dei territori.

Clima, biodiversità e suolo: una crisi sistemica

Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza che cambiamento climatico, perdita di biodiversità e degrado del territorio non siano crisi separate, ma fenomeni che si influenzano reciprocamente. Il concetto di tripla crisi planetaria, promosso dalle Nazioni Unite, evidenzia proprio questa interdipendenza: cambiamento climatico, perdita di natura e inquinamento sono sfide collegate che richiedono risposte coordinate e integrate. Il suolo rappresenta uno dei principali punti di connessione tra queste dinamiche. Un suolo degradato perde progressivamente la capacità di trattenere acqua, immagazzinare carbonio e sostenere la biodiversità. Allo stesso tempo, ecosistemi impoveriti risultano meno resilienti agli eventi climatici estremi e meno capaci di fornire servizi essenziali, dalla regolazione del ciclo dell’acqua alla fertilità dei terreni. Come evidenziato dall’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi compromettono la capacità della natura di sostenere il benessere delle società e delle economie. Affrontare la desertificazione significa quindi intervenire contemporaneamente su più dimensioni della sostenibilità: clima, natura, acqua e sicurezza alimentare.

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Acqua e suolo: due risorse inseparabili

Tra le connessioni più evidenti vi è quella tra degrado del suolo e disponibilità idrica. Secondo UN-Water, alla luce anche della crescita demografica globale, la domanda di acqua dolce è destinata ad aumentare nei prossimi decenni, mentre il cambiamento climatico sta modificando profondamente il ciclo idrologico, aumentando la frequenza di periodi di siccità e alterando la distribuzione delle precipitazioni. Un suolo sano svolge un ruolo fondamentale nella gestione dell’acqua: favorisce l’infiltrazione, contribuisce alla ricarica delle falde, riduce l’erosione e sostiene gli ecosistemi. Al contrario, il degrado del suolo riduce questa capacità naturale, amplificando gli effetti dello stress idrico e aumentando la vulnerabilità dei territori. La gestione sostenibile del suolo diventa quindi anche una strategia di adattamento climatico.

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