In occasione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i Country Network di UN Global Compact di Bulgaria, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Turchia presentano la seconda pubblicazione dell'indagine "European Private Sector SDGs Stocktake".
Basandosi su 136 indicatori relativi a 5.793 aziende aderenti a UN Global Compact in 21 paesi europei, lo studio consente, per la prima volta, di stimare il livello di contributo del settore privato agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Il punteggio medio complessivo di 58,2 su 100 indica un livello positivo di contributo allo sviluppo sostenibile, pur evidenziando margini di miglioramento su aspetti specifici.
Per trasformare gli impegni climatici in una traiettoria concreta verso il net-zero non basta fissare un obiettivo: servono strumenti adeguati, responsabilità chiare e un sistema capace di misurare i progressi nel tempo. È questa la prospettiva con cui UN Global Compact Network Italia ha dedicato un webinar alla nuova Versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard della Science Based Targets initiative (SBTi), approfondendone le principali novità e le implicazioni per le imprese.
L’incontro si inserisce nella collaborazione che UN Global Compact Network Italia porta avanti da circa due anni con SBTi, anche nell’ambito del Climate Ambition Accelerator, accompagnando le aziende dalla costruzione dell’inventario delle emissioni alla definizione e attuazione di target basati sulla scienza.
Il 10 settembre 2026 UN Global Compact Network Italia ha organizzato il webinar “Nuovi ESRS: implicazioni per le imprese”, dedicato alle novità introdotte dalla revisione degli European Sustainability Reporting Standards da parte della Commissione Europea lo scorso luglio. L’incontro, realizzato in collaborazione con EFRAG (Gruppo consultivo europeo sull'informativa finanziaria), ha offerto alle aziende aderenti al Network un quadro aggiornato sulle novità introdotte dal pacchetto Omnibus I e sul processo di revisione degli standard di reporting.
L’iniziativa si inserisce nel percorso di dialogo avviato da UN Global Compact Network Italia con le istituzioni europee ed EFRAG, dopo la tavola rotonda tenutasi a Bruxelles a giugno, in cui era stato anticipato lo stato di avanzamento della revisione degli ESRS e il rafforzamento del ruolo della materialità come filtro delle informazioni da rendicontare.
Dal 14 dicembre 2027 nel mercato dell’UE sarà vietato immettere, mettere a disposizione o esportare prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato. Per le imprese, comprendere il nuovo Regolamento e rafforzare i propri processi di due diligence in quest’ottica è una questione prioritaria.
Secondo le stime dell’ILO, sono oltre 27,6 milioni le persone che nel mondo si trovano in condizioni di lavoro forzato. Il rischio si manifesta in particolare nelle catene di fornitura, dove la sorveglianza per le aziende risulta più complessa.
Il lavoro forzato costituisce una grave violazione dei principi e diritti fondamentali del lavoro, secondo l’omonima Dichiarazione ILO del 1998. Il nuovo Regolamento (UE) 2024/3015 pone questo tema al centro della politica commerciale europea, introducendo un divieto applicabile a tutti i prodotti, indipendentemente dalla loro origine, settore o tipologia.
Le notizie degli ultimi giorni riportano ancora una volta al centro una domanda che non possiamo più rimandare: cosa significa davvero superare la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale?
L'obiettivo fissato dall'Accordo di Parigi non rappresenta un “limite di sicurezza” oltre il quale il cambiamento climatico diventa improvvisamente irreversibile. È però una soglia fondamentale: superarla significa aumentare progressivamente la frequenza e l'intensità di eventi estremi, gli impatti sugli ecosistemi e i rischi per le società e le economie. E oggi, secondo l'UNEP, il superamento degli 1,5°C è ormai molto probabile nei prossimi anni, mentre anche nello scenario più favorevole il riscaldamento potrebbe raggiungere circa 1,8°C prima di iniziare a diminuire.
Quella della desertificazione è una crisi meno visibile, ma profondamente connessa alle altre sfide ambientali. Proprio oggi termina la COP17 per la lotta alla desertificazione, che si è tenuta in Mongolia. E anche se questa tematica ci sembra così lontana da noi, in realtà ci riguarda molto da vicino.
Anche l’Italia sperimenta sempre più chiaramente gli effetti combinati di cambiamento climatico, stress idrico e degrado del territorio. Negli ultimi anni, il nostro Paese ha alternato periodi di siccità eccezionale a eventi meteorologici estremi, con conseguenze sulla disponibilità di acqua, sull’agricoltura e sugli ecosistemi.
Secondo i dati ISPRA nel 2025 la percentuale massima di territorio nazionale caratterizzato da “siccità severa o moderata” è stata del 31,6% su una scala temporale di 3 mesi e del 12,2% su una scala temporale di 12 mesi. Ciò significa che una parte significativa del territorio nazionale è esposta a fenomeni di degrado del suolo e rischio di desertificazione, con particolare vulnerabilità nelle regioni del Centro-Sud. Anche il Nord Italia ha sperimentato negli ultimi anni condizioni di forte stress idrico, evidenziate dalle criticità che hanno interessato importanti bacini idrografici. Questi fenomeni mostrano come la desertificazione non sia un tema distante o limitato alle aree più aride del pianeta, ma una sfida che riguarda anche territori europei e mediterranei.
La crisi climatica non si manifesta soltanto attraverso l’aumento delle temperature o la crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi. Esiste una dimensione meno visibile, ma altrettanto rilevante, che riguarda il progressivo degrado del suolo e la perdita della capacità degli ecosistemi di svolgere funzioni fondamentali: trattenere acqua, immagazzinare carbonio, sostenere la biodiversità e garantire la produttività dei territori.
La desertificazione è spesso associata esclusivamente all’avanzamento dei deserti e alle aree più aride del pianeta. In realtà, il termine indica un processo più ampio di degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, determinato dall’interazione tra fattori climatici e attività umane. Rappresenta quindi uno dei punti di intersezione tra le grandi crisi ambientali del nostro tempo: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, scarsità d’acqua e trasformazione degli ecosistemi. Il degrado del territorio non è infatti un fenomeno isolato, ma il risultato di dinamiche ambientali e socioeconomiche che si rafforzano reciprocamente, aumentando la vulnerabilità dei territori e delle comunità.
Nel corso degli ultimi anni la biodiversità è entrata progressivamente nell'agenda delle imprese. Se inizialmente l'attenzione era concentrata soprattutto sugli impatti ambientali e sugli obblighi di rendicontazione, oggi sta emergendo una consapevolezza più profonda: la tutela del capitale naturale non riguarda soltanto la gestione di un rischio, ma la capacità stessa delle imprese di operare in contesti economici sempre più esposti alla scarsità delle risorse, agli effetti del cambiamento climatico e alla degradazione degli ecosistemi.
Il rapporto "Business and Biodiversity" dell'IPBES pubblicato nel 2026 evidenzia come il settore privato possa svolgere un ruolo determinante nel contrastare le principali pressioni che stanno accelerando la perdita di biodiversità: il tema non riguarda soltanto la riduzione degli impatti, ma la capacità delle imprese di contribuire, insieme agli altri attori economici e istituzionali, alla costruzione di un'economia più resiliente e positiva per la natura.
A dieci anni dall'Accordo di Parigi, la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio entra in una fase decisiva. Negli ultimi anni è cresciuto il numero di governi, imprese e investitori che hanno assunto impegni climatici sempre più ambiziosi; allo stesso tempo, però, i principali indicatori mostrano che la finestra temporale per limitare il riscaldamento globale si sta progressivamente restringendo. I dati più recenti confermano questa sfida.
L'Emissions Gap Report 2025 dell'UNEP (United Nations Environment Programme) evidenzia che, pur registrando un lieve miglioramento delle prospettive grazie ai nuovi contributi nazionali (NDC), il mondo rimane ancora "off target" rispetto agli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Anche nell'ipotesi di piena attuazione degli impegni oggi presentati, il riscaldamento globale è infatti stimato tra 2,3°C e 2,5°C entro la fine del secolo, mentre con le politiche attualmente in vigore la traiettoria resta intorno ai 2,8°C.
Il gender pay gap, ovvero la differenza retributiva media tra uomini e donne, resta una delle principali disuguaglianze nel mondo del lavoro e, nonostante l’attenzione crescente, non è ancora stato colmato. Secondo EIGE, l’Istituto Europeo per la Parità di Genere, le donne nell’UE guadagnano in media solo il 77% di quanto guadagnano gli uomini su base annua: ciò significa che, per percepire lo stesso reddito che gli uomini ottengono in un anno, le donne devono lavorare in media 15 mesi e 18 giorni. Questo periodo, noto anche come “ghost quarter” (il trimestre fantasma), rappresenta tempo sottratto alla famiglia, allo studio, alla formazione o al riposo.
Lo scorso 13 luglio, durante l’High-Level Political Forum delle Nazioni Unite, l’Italia ha presentato la propria Voluntary National Review (VNR), il rapporto con cui gli Stati membri delle Nazioni Unite rendicontano in maniera volontaria i progressi compiuti nell'attuazione dell'Agenda 2030. La VNR italiana è stata redatta dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; il documento è frutto di un ampio percorso di consultazione che ha visto coinvolti amministrazioni a livello nazionale, regionale e metropolitano, esponenti della società civile, del mondo delle università, della ricerca e del settore privato.
Con l’obiettivo di accelerare il percorso verso la parità di genere e ricordare il ruolo fondamentale del settore privato come attore cruciale nella sfida al gender gap, UNGCN Italia e UN Women Italy hanno rafforzato la collaborazione già in atto, lanciando una nuova partnership strategica per promuovere i Women’s Empowerement Principles (WEPs). Il primo incontro in presenza del Target Gender Equality Accelerator promosso dal Network italiano – che si è svolto martedì 7 luglio a Milano – è stato l’occasione ideale per rilanciare l’iniziativa, che mira a sviluppare e animare la nuova Community WEPs Italia: uno spazio di confronto, formazione e condivisione di buone pratiche tra le organizzazioni che hanno già sottoscritto i WEPs.
La Commissione europea ha da poco adottato gli standard europei di rendicontazione sulla sostenibilità (ESRS) rivisti e uno standard di rendicontazione volontario per le imprese di dimensioni più ridotte.
Gli ESRS disciplinano la comunicazione di questioni ambientali, sociali e di governance, tra cui il cambiamento climatico, la biodiversità e i diritti umani. Essi forniscono informazioni agli investitori e alle altre parti interessate per comprendere i rischi legati alla sostenibilità a cui sono esposte le imprese e il loro impatto sulle persone e sull’ambiente. Gli standard rivisti adottati sono concepiti per ridurre gli oneri amministrativi a carico delle imprese europee, garantendo al contempo un’informativa di alta qualità. Essi fanno parte del Pacchetto Omnibus I, che snellisce la rendicontazione sulla sostenibilità nell’UE e riduce il numero di imprese soggette alla direttiva sulla rendicontazione aziendale in materia di sostenibilità (CSRD).
Per le aziende aderenti a UN Global Compact, la Communication on Progress (CoP) è lo strumento fondamentale attraverso cui rendicontare in modo chiaro e strutturato l’impegno sui Dieci Principi del Global Compact delle Nazioni Unite, che si declinano in quattro aree tematiche: governance, diritti umani e diritti del lavoro, ambiente e lotta alla corruzione. Attraverso indicatori standardizzati, la CoP consente alle imprese di valutare come la sostenibilità è integrata nei processi decisionali e nelle attività operative. Rendicontare significa anche rendere pubblici i propri impegni, favorendo un dialogo aperto e costruttivo con gli stakeholder come investitori, clienti, partner e comunità.
In un contesto globale caratterizzato da crescente instabilità climatica, pressioni normative e trasformazioni economiche profonde, la decarbonizzazione continua a rappresentare una delle principali priorità strategiche per il settore privato. La capacità delle imprese di misurare, gestire e ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra è oggi un elemento sempre più rilevante non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche sotto il profilo della competitività, della resilienza e della gestione del rischio.
Nell’Unione Europea il tasso di disoccupazione delle persone con disabilità grave risulta quasi doppio rispetto a quello delle persone senza una disabilità: l’11,6% contro il 5,9% secondo i dati Eurostat del 2024. Anche in Italia il divario è significativo. Secondo il XXVI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva del Cnel, nel 2023 solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con una disabilità non grave ha un’occupazione, a fronte del 62% della popolazione senza una disabilità. A ciò si aggiunge una presenza ancora elevata in posizioni dequalificate, segnale di un mercato del lavoro che continua a essere condizionato da stereotipi e barriere culturali.
Il Parlamento europeo ha appena ratificato l’Omnibus Digitale sull’AI, parte del pacchetto Digital Omnibus, che modifica alcune norme della legge sull’intelligenza artificiale. Le misure di semplificazione introdotte per i sistemi che utilizzano l’AI, adottate con 423 voti a favore, 57 contrari e 174 astenuti, mirano a supportare le aziende nell’attuazione dell'AI Act, mantenendone al contempo le disposizioni principali e l’approccio basato sul rischio.
Nella revisione del quadro normativo UE sulla rendicontazione di sostenibilità, la semplificazione introdotta dal Pacchetto Omnibus è un’opportunità che può consentire alle imprese di concentrarsi meglio sulla gestione degli impatti e dei rischi e sulla creazione di valore sostenibile di lungo periodo, garantendo al contempo trasparenza, comparabilità e responsabilità lungo le catene del valore. La competitività europea si rafforza grazie alle aziende che adottano una sostenibilità più efficace, capace di creare valore nel lungo periodo e di supportare la gestione di rischi e impatti lungo le catene del valore.
Proprio in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, è importante ricordare che la tutela degli ecosistemi marini si conferma una delle principali priorità dell’agenda ambientale internazionale. Gli oceani rappresentano un elemento essenziale per l’equilibrio climatico del Pianeta, la sicurezza alimentare e la stabilità economica globale: producono oltre il 50% dell’ossigeno che respiriamo, regolano il clima terrestre e assorbono circa il 90% del calore in eccesso generato dal cambiamento climatico, oltre a una quota significativa delle emissioni antropiche di CO₂. Tuttavia, proprio questa funzione di regolazione sta mettendo sotto pressione gli ecosistemi marini, sempre più esposti all’aumento delle temperature, all’acidificazione delle acque, alla perdita di biodiversità, all’inquinamento da plastica e allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali.
Quest’anno la Giornata Internazionale dell’Ambiente assume un valore ancora più importante: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha appena approvato una risoluzione che riconosce la responsabilità legale degli Stati di fronte all’emergenza ambientale in corso. Il testo – promosso dalla piccola isola di Vanuatu, nell'Oceano Pacifico, territorio che subisce gravi conseguenze ambientali dovute all’innalzamento del livello dei mari – è stato approvato con 141 voti a favore, 8 contrari (Stati Uniti; Russia; Iran; Israele; Arabia Saudita; Yemen; Liberia e Bielorussia) e 28 astensioni. La risoluzione ratifica e dà seguito al parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) – il principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite – espresso a luglio 2025, e stabilisce che il contrasto all’emergenza climatica non è più un appello o un dovere morale, ma un dovere giuridico degli Stati, stabilito dal diritto internazionale.