Nel corso degli ultimi anni la biodiversità è entrata progressivamente nell'agenda delle imprese. Se inizialmente l'attenzione era concentrata soprattutto sugli impatti ambientali e sugli obblighi di rendicontazione, oggi sta emergendo una consapevolezza più profonda: la tutela del capitale naturale non riguarda soltanto la gestione di un rischio, ma la capacità stessa delle imprese di operare in contesti economici sempre più esposti alla scarsità delle risorse, agli effetti del cambiamento climatico e alla degradazione degli ecosistemi.
Il rapporto "Business and Biodiversity" dell'IPBES pubblicato nel 2026 evidenzia come il settore privato possa svolgere un ruolo determinante nel contrastare le principali pressioni che stanno accelerando la perdita di biodiversità: il tema non riguarda soltanto la riduzione degli impatti, ma la capacità delle imprese di contribuire, insieme agli altri attori economici e istituzionali, alla costruzione di un'economia più resiliente e positiva per la natura.
Le imprese e le cinque principali pressioni sulla biodiversità
Negli ultimi anni la comunità scientifica ha chiarito che la perdita di biodiversità è determinata principalmente da cinque fattori:
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cambiamento nell'uso del suolo e del mare
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sfruttamento diretto delle risorse naturali
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cambiamento climatico
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Inquinamento
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diffusione di specie invasive
È il quadro delineato dall'IPBES e ormai ampiamente condiviso a livello internazionale. Le attività economiche sono coinvolte, direttamente o indirettamente, in ciascuna di queste pressioni. L'approvvigionamento di materie prime, la trasformazione industriale, i consumi energetici, la gestione delle infrastrutture e delle catene logistiche influenzano il funzionamento degli ecosistemi molto più di quanto spesso si percepisca.
Per questo motivo la biodiversità non può essere considerata esclusivamente una questione ambientale: riguarda il modo in cui le imprese progettano prodotti, operano sul territorio, organizzano le filiere e utilizzano le risorse naturali.

Ripensare le catene di fornitura
Per molte imprese le principali pressioni sulla biodiversità non derivano dalle attività dirette, ma dalle catene di approvvigionamento. Agricoltura, allevamento, attività estrattive, produzione di materie prime e trasformazioni industriali possono contribuire alla perdita di habitat, al degrado del suolo, alla deforestazione e all'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali. È proprio per questo motivo che negli ultimi anni il tema della tracciabilità delle filiere è diventato centrale.
Il Regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR) rappresenta un esempio concreto di questa evoluzione: le imprese che commercializzano determinate commodity dovranno dimostrare che i propri prodotti non siano associati a fenomeni di deforestazione o degrado forestale. Ma il tema va oltre la conformità normativa. Collaborare con fornitori, promuovere pratiche produttive sostenibili e favorire la trasparenza lungo la catena del valore significa ridurre rischi futuri e rafforzare la resilienza delle filiere in un contesto di crescente pressione sugli ecosistemi.
Investire in soluzioni basate sulla natura
Accanto alla gestione dei rischi, cresce anche l'interesse verso le opportunità economiche associate a modelli di sviluppo nature-positive. Secondo stime del World Economic Forum richiamate anche dal Stockholm Environment Institute, una transizione orientata alla tutela della natura potrebbe generare oltre 10 mila miliardi di dollari di opportunità economiche e centinaia di milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030.
Le cosiddette Nature-based Solutions, promosse dall'International Union for Conservation of Nature e sostenute dalle Nazioni Unite, utilizzano il funzionamento degli ecosistemi per affrontare sfide ambientali, economiche e sociali. Il ripristino di zone umide per migliorare la gestione delle risorse idriche, la rigenerazione dei suoli agricoli, la riforestazione, le infrastrutture verdi urbane o la rinaturalizzazione di aree degradate sono tutti esempi di interventi che possono generare benefici multipli: migliorare la resilienza climatica, favorire la biodiversità, ridurre i costi operativi e creare valore per le comunità locali. Secondo l'UNEP (United Nations Environment Programme), gli investimenti in soluzioni basate sulla natura rappresentano una delle leve più efficaci per affrontare simultaneamente crisi climatica, perdita di biodiversità e degrado del territorio.

Dal ripristino della natura a nuove opportunità di collaborazione
Un passaggio particolarmente significativo arriva dal Regolamento europeo sul Ripristino della Natura (Nature Restoration Regulation), che richiede agli Stati membri di predisporre Piani nazionali di ripristino per contribuire al recupero degli ecosistemi degradati.
Anche l'Italia sarà chiamata a presentare il proprio Piano nazionale di ripristino, individuando priorità e azioni per migliorare lo stato di ecosistemi terrestri, marini, agricoli e urbani. Si tratta di un passaggio che potrebbe aprire nuove opportunità di collaborazione tra istituzioni, territori e imprese. Qui è possibile consultare la bozza del Piano.
Sarà interessante osservare come il Piano verrà declinato e quali opportunità potrà generare per il coinvolgimento del settore privato. La sfida del ripristino degli ecosistemi richiederà infatti investimenti, competenze, innovazione e capacità di collaborazione tra attori diversi. In questo scenario potrebbero emergere nuove forme di partenariato pubblico-privato, capaci di mobilitare risorse e accelerare interventi di rigenerazione territoriale, gestione sostenibile delle risorse naturali e sviluppo di infrastrutture verdi.
Le imprese potrebbero essere chiamate a svolgere un ruolo sempre più rilevante non solo come soggetti chiamati a ridurre i propri impatti, ma come partner attivi nella costruzione di progetti in grado di generare benefici ambientali, economici e sociali. Se il Piano nazionale riuscirà a creare una cornice chiara e favorevole agli investimenti, il ripristino della natura potrebbe trasformarsi in un importante laboratorio di collaborazione tra istituzioni, territori e sistema produttivo.
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